Contratti a termine nella fase di avvio di nuove attività per il CCNL Terziario Avanzato Anpit -Cisal

La Commissione Bilaterale ENBIMS si è espressa positivamente sull’assenza di limiti quantitativi dei contratti a tempo determinato nella fase di avvio di nuove attività  CCNL “Terziario Avanzato”

L’Azienda che applica il CCNL Terziario Avanzato” ANPIT CISAL chiede se è possibile procedere ad assunzioni senza limiti numerici di lavoratori a tempo determinato, conseguenti alla fase di avvio di nuove attività, tenendo conto di questa particolare situazione emergenziale.
La Commissione Bilaterale Nazionale di Garanzia, Interpretazione, Certificazione e Conciliazione, En.Bi.C., ha confermato la possibilità di stipulare contratti a tempo determinato senza limiti quantitativi nei primi 18 mesi nella fase d’avvio di nuove attività operativamente autonome.
Per quanto concerne la “particolare situazione emergenziale”, che determina condizioni localmente molto differenti, si rinvia agli Accordi che potranno essere territorialmente o aziendalmente stipulati.
Tutto ciò, ferma restando la previsione dell’art. 10 del CCNL sull’opportunità di sancire mediante Referendum Aziendale il contenuto di eventuali Accordi che, ancorché giustificati, siano peggiorativi della disciplina generale contrattuale prevista o tutela dei Lavoratori.
L’assenza di limiti quantitativi nella fase di avvio di nuove attività operativamente autonome, è dettata dal fatto che inizialmente sono difficilmente individuabili gli esatti perimetri operativi dei singoli lavoratori in funzione della mutevole organizzazione iniziale, che esige progressivi aggiustamenti e che determina variabilità nella richiesta di lavoro e di mansioni con conseguenti esigenze di fluidità aziendale quanto al numero, al contenuto e alla durata dei contratti di lavoro, in modo da permettere i necessari aggiustamenti.

Conversione del rapporto a termine e superamento della regola sinallagmatica della corrispettività

Nella situazione in cui il lavoratore, dopo avere richiesto l’accertamento giudiziale della invalidità di plurimi contratti a termine ed ottenuto l’ordine giudiziale di conversione del rapporto, offra al datore di lavoro la sua prestazione, senza essere riammesso in servizio, il datore di lavoro dovrà sopportare il peso economico delle retribuzioni, pur senza ricevere la prestazione lavorativa corrispettiva, a decorrere dalla messa in mora, nonché della maturazione del TFR, in relazione a quanto dovuto per le retribuzioni anno per anno (Corte di Cassazione, ordinanza 27 gennaio 2021, n. 1758)

Un Tribunale territoriale aveva rigettato l’opposizione di un lavoratore avverso lo stato passivo del Fallimento della società presso cui il medesimo aveva prestato servizio, essendo stato escluso il credito da lui insinuato a titolo di TFR. Nello specifico, il lavoratore aveva ottenuto l’accertamento della nullità del termine apposto ad una serie di contratti di lavoro alle dipendenze della società poi fallita e la conversione del rapporto in uno a tempo indeterminato, con conseguente risarcimento omnicomprensivo (parametrato sulla retribuzione mensile). Il Tribunale, pertanto, aveva escluso la maturazione, in favore del predetto, per i periodi “non lavorati” di un diritto al TFR, perché strutturalmente connotato dalla “afferenza” alla retribuzione-base.
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione il lavoratore, dolendosi dell’erroneo assunto della natura risarcitoria della condanna pecuniaria, liquidata in base alla retribuzione soltanto in funzione parametrica del quantum.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato.
In primis, il Giudice di merito ha correttamente qualificato la condanna pecuniaria comminata, insieme con la conversione del rapporto di lavoro, come di natura risarcitoria, in coerenza con il consolidato indirizzo giurisprudenziale, secondo cui, nel regime previgente la disciplina di cui all’art. 32, co, 5, L. n. 183/2010, in caso di trasformazione in unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di più contratti a termine succedutisi tra le stesse parti, per effetto dell’illegittima apposizione o comunque dell’elusione di disposizioni imperative (L. n. 230/1962), non sussiste, per gli intervalli “non lavorati” tra l’uno e l’altro rapporto, il diritto del lavoratore alla retribuzione, al corrispondente rateo di tredicesima mensilità ed al compenso per ferie non godute.
In secondo luogo, il dipendente che cessi l’esecuzione delle prestazioni alla scadenza del termine stabilito, può ottenere il risarcimento del danno subito a causa dell’impossibilità della prestazione derivante dall’ingiustificato rifiuto del datore di lavoro di riceverla (in linea generale in misura corrispondente a quella della retribuzione), soltanto qualora provveda a costituire in mora il datore di lavoro (art. 1217 c.c.).
Infine, il trattamento di fine rapporto ha carattere retributivo e sinallagmatico e costituisce istituto di retribuzione differita (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 8 gennaio 2016, n. 164, in ipotesi di trasferimento d’azienda, con riguardo agli obblighi relativi al cedente e al cessionario), commisurato nell’ammontare al quantum maturato, anno per anno, a titolo di retribuzione.
Tanto premesso, l’accertamento giudiziale dell’invalidità del contratto a termine per violazione di norme imperative e la conseguente conversione in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, nell’ipotesi in cui non sia possibile ripristinare il rapporto così convertito, per fatto imputabile al datore di lavoro, comporta il suo obbligo di corrispondere le retribuzioni al lavoratore dalla messa in mora, decorrente dall’offerta della prestazione lavorativa. Ciò, in virtù dell’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme generali in tema di contratti a prestazioni corrispettive, che induce al superamento della regola sinallagmatica della corrispettività (Corte di Cassazione, sentenza 10 settembre 2018, n. 21947).
In altri termini, nella situazione in cui il lavoratore, dopo avere richiesto l’accertamento giudiziale della invalidità del contratto in violazione di norme imperative ed ottenuto l’ordine giudiziale di ripristino del rapporto, offra al datore di lavoro la sua prestazione, senza essere riammesso in servizio, deve evitarsi che egli subisca le ulteriori conseguenze sfavorevoli derivanti dalla condotta omissiva del datore di lavoro rispetto alla esecuzione dell’ordine giudiziale. Il rifiuto della prestazione lavorativa offerta, infatti, impedisce gli effetti giuridici che derivano dalla continuazione del rapporto dichiarato dal giudice, nonché la stessa effettività della pronuncia giudiziale.
In tale ipotesi, quindi, il datore di lavoro dovrà sopportare il peso economico delle retribuzioni, pur senza ricevere la prestazione lavorativa corrispettiva, a decorrere dalla messa in mora, nonché della maturazione del TFR, in relazione a quanto dovuto per retribuzioni anno per anno.

Giornalisti co.co.co.: pubblicati i minimali e massimali retributivi e contributivi

Confermata per l’anno 2021 l’aliquota contributiva da applicare sui compensi dovuti ai giornalisti che svolgono attività lavorativa nella forma della collaborazione coordinata e continuativa, che non risultino contestualmente assicurati presso altre forme obbligatorie e la relativa aliquota contributiva per il computo delle prestazioni pensionistiche.

A) GESTIONE SEPARATA (CO.CO.CO.) – VALORI MINIMI E MASSIMALI RETRIBUTIVI E CONTRIBUTIVI PER L’ANNO 2021
– GESTIONE SEPARATA EX DLGS 103/96 – ALIQUOTE CONTRIBUTIVE
L’aliquota contributiva da applicare sui compensi dovuti ai giornalisti che svolgono attività lavorativa nella forma della collaborazione coordinata e continuativa, che non risultino contestualmente assicurati presso altre forme obbligatorie e la relativa aliquota contributiva per il computo delle prestazioni pensionistiche, per l’anno 2021 sono confermate nelle seguenti misure:

Decorrenza dal

IVS

Prestazioni temporanee

TOTALE

COMMITTENTE

GIORNALISTA

01/01/2021 26,00% 2,00% 28,00% 18,67% 9,33%

L’aliquota contributiva dovuta, invece, dai committenti in favore dei collaboratori coordinati e continuativi che siano titolari contestualmente anche di altra posizione assicurativa o pensionati e la relativa aliquota contributiva per il computo delle prestazioni pensionistiche restano così stabilite:

Decorrenza dal

IVS

Prestazioni temporanee

TOTALE

COMMITTENTE

GIORNALISTA

01/01/2021 17,00% 0,00% 17,00% 11,33% 5,67%

Per le modalità applicative delle predette aliquote contributive, si rimanda alle disposizioni di cui alla circolare INPGI n. 5/2009.
Si ricorda che, i compensi erogati ai collaboratori entro la data del 12 gennaio 2021, purché riferiti a prestazioni effettuate entro il 31 dicembre 2020, sono da assoggettare a contribuzione con riferimento all’anno 2020 (aliquota e massimale 2020), avendo l’accortezza di dichiararli nella procedura DASM come compenso arretrato 12/2020.
Per quanto riguarda, invece, i compensi per attività giornalistica svolta in forma autonoma diversi dalle collaborazioni coordinate e continuative, come meglio individuati nella citata circolare INPGI n. 5/2009, la misura del contributo integrativo a carico del committente (D.lgs 103/96), da erogare direttamente al giornalista, è fissata al 4%.

– ASSICURAZIONE INFORTUNI
Il premio assicurativo – posto interamente a carico del committente – per l’anno 2021 è confermato nella misura fissa, non frazionabile, di 6,00 euro mensili per ogni collaboratore iscritto alla gestione separata INPGI e soggetto all’obbligo assicurativo contro gli infortuni.

– MASSIMALE IMPONIBILE GESTIONE SEPARATA
L’ISTAT, con comunicato del 18/01/2021, ha determinato l’indice di variazione dei prezzi al consumo tra l’anno 2019 ed il 2020 nella misura del – 0,3%. In Il limite del massimale annuo imponibile di cui all’art. 2, comma 18, della legge n. 335/1995, per l’anno 2021 è confermato in 103.055,00 euro.
Il predetto massimale contributivo è riferito, ovviamente, anche ai giornalisti che svolgono attività libero professionale assicurati presso la medesima Gestione Previdenziale separata INPGI. Ai fini del rispetto del predetto massimale imponibile non si tiene conto, invece, di eventuali retribuzioni e/o compensi assoggettati a contribuzione presso altre gestione previdenziali.

– REDDITO MINIMO PER L’ACCREDITO DELLA CONTRIBUZIONE PRESSO LA GESTIONE SEPARATA
L’accredito dei contributi mensili nelle posizioni assicurative dei singoli giornalisti titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa è basato sul minimale di reddito di cui all’articolo 1, comma 3, della legge n. 233/1990. Tale minimale per l’anno 2021  è confermato in 15.953,00 euro. Pertanto, nel caso in cui – alla fine dell’anno – il predetto minimale non fosse stato raggiunto si procederà ad una contrazione dei contributi mensili accreditati, in proporzione al contributo versato. Il predetto minimale di reddito, ai fini dell’attribuzione dell’anzianità contributiva, si applica anche ai giornalisti che svolgono attività autonoma giornalistica libero professionale (ancorché senza partita IVA e/o mediante cessione del diritto d’autore).

B) RATEAZIONE DEI DEBITI CONTRIBUTIVI
Facendo seguito alla circolare INPGI n. 5/2008 in materia di versamento rateale del debito contributivo da parte dei committenti, si comunica che – per l’anno 2021 – si prescinde dalla garanzia fideiussoria nei casi in cui il debito oggetto di rateazione sia inferiore a 46.488,00 euro, purché la durata del rateizzo sia limitata a massimo 12 mesi.

Omessa presentazione dichiarazione annuale: diritto al credito Iva

Con l’ordinanza 28 gennaio 2021, n. 1890, la Corte di Cassazione ha affermato che pur in mancanza di dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, l’eccedenza IVA, sempreché risulti da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e sia dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, va riconosciuta.

La controversia riguarda la cartella di pagamento emessa a seguito di controllo formale della dichiarazione annuale per il recupero dell’eccedenza IVA indicata in dichiarazione e riferita ad annualità precedenti di cui la dichiarazione annuale era stata omessa.
Su ricorso della società contribuente, rilevato che per le annualità in questione la stessa aveva provveduto a trasmettere regolarmente le comunicazioni dei dati Iva da cui emergevano le risultanze rilevanti ai fini del calcolo degli imponibili, delle imposte a debito e a credito, e che l’Ufficio non aveva contestato l’ammontare del credito vantato, i giudici tributari hanno affermato il diritto alla detrazione d’imposta relativa ai beni e servizi acquistati anche in presenza della omissione della relativa dichiarazione.

Confermando la decisione dei giudici tributari, la Corte di Cassazione, ha affermato che la neutralità dell’IVA comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, l’eccedenza d’imposta, sempreché risulti da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e sia dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto, va riconosciuta dal giudice tributario se il contribuente ha rispettato tutti i requisiti sostanziali per la detrazione, sicché in tal caso, nel giudizio d’impugnazione della cartella emessa dal fisco a seguito di controllo formale automatizzato, non può essere negato il diritto alla detrazione se risulti dimostrato in concreto, o non sia controverso, che si tratta di acquisti compiuti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati ad operazioni imponibili.
Pertanto, il contribuente può portare in detrazione l’eccedenza d’imposta anche in assenza della dichiarazione annuale finale (e fino al secondo anno successivo a quello in cui è sorto il diritto), purché siano rispettati i requisiti sostanziali per poter fruire della detrazione. La sussistenza di tali requisiti esclude difatti la rilevanza dell’assenza di quelli formali, sempre che sia rispettata la cornice biennale prevista dalla disciplina IVA per l’esercizio del diritto di detrazione.
La questione, dunque, si sposta su un piano esclusivamente di natura probatoria: l’infrazione è da ritenere emendabile sul piano del rapporto impositivo quando si disponga ugualmente delle informazioni necessarie per dimostrare che il soggetto passivo, in quanto acquirente, ha il diritto di recuperare l’imposta pagata a titolo di rivalsa, sempreché non risulti in concreto impedita la prova della sussistenza dei requisiti sostanziali.
Come nel caso esaminato, d’altra parte, detta prova non risulta necessaria qualora l’Ufficio non contesti la dimostrazione del diritto alla detrazione, né l’esistenza o l’ammontare del credito, ma soltanto il rilievo formale dell’omessa presentazione della dichiarazione annuale.

Acquisto case antisismiche: chiarimenti dal Fisco

Forniti chiarimenti sull’acquisto di case antisismiche, in attuazione dell’art. 16, co. 1-septies, D.L. n. 63/2013 (Agenzia delle Entrate – Risposte 03 febbraio 2021, nn. 80 e 82).

Nello specifico, sono state fornite le seguenti precisazioni:
– affinché l’acquirente dell’ unità immobiliare possa beneficiare della detrazione prevista dall’articolo 16, comma 1-septies del decreto legge 63 del 2013 è necessario che l’atto di acquisto relativo all’immobile oggetto dei lavori sia stipulato entro i termini di vigenza dell’agevolazione;
– la circostanza che l’iter autorizzativo abbia avuto inizio col precedente proprietario e l’impresa di costruzione o ristrutturazione acquirente subentri provvedendo a realizzare la demolizione e ricostruzione dell’edificio non è ostativa alla possibilità che gli acquirenti delle unità immobiliari possano beneficiare della detrazione prevista dall’articolo 16, comma 1-septies del decreto legge 63 del 2013;
– nel caso in cui il progetto degli interventi per la riduzione del rischio sismico e la relativa asseverazione non siano stati presentati dall’originario proprietario, ma vengano prodotti dall’impresa di costruzione acquirente, subentrata nel titolo abilitativo, prima dell’inizio dei lavori, la circolare 19/E del 2020 ha chiarito che: “In conformità al parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici del 5 giugno 2020 trasmesso dal Ministero delle infrastrutture e dei Trasporti, con nota del 24 giugno 2020, le imprese che effettuano gli interventi su immobili ubicati in zone 2 e 3 in base a procedure autorizzatorie iniziate successivamente al 1° gennaio 2017 ma prima del 1° maggio2019 – data di entrata in vigore della disposizione che ha esteso l’agevolazione anche agli immobili ubicati nelle predette zone 2 e 3 – e che non hanno presentato l’asseverazione in parola, in quanto non rientranti nell’ambito applicativo dell’agevolazione in base alle disposizioni pro tempore vigenti, possono integrare i titoli abilitativi con la predetta asseverazione, al fine di consentire la fruizione della detrazione ai soggetti acquirenti. Tale integrazione, deve essere effettuata entro la data di stipula del rogito dell’immobile oggetto degli interventi di riduzione del rischio sismico”;
– nel caso, in presenza di tutti gli altri requisiti previsti dalla norma, l’intervento preveda la demolizione di un fabbricato esistente in comproprietà tra due imprese di costruzione immobiliare che, successivamente, provvedono a frazionare in due parti l’area su cui il fabbricato insisteva, ad acquisire la proprietà esclusiva di un’area ciascuna e a realizzare separatamente due nuovi fabbricati (con un aumento volumetrico autorizzato), l’articolo 16, comma 1-septies del D.L. n.63 del2013 stabilisce che l’impresa (o le imprese) di costruzione e ristrutturazione -che provveda/no all’alienazione dell’immobile entro i 18 mesi dalla conclusione dei lavori – abbia/no demolito e ricostruito l’edificio. Considerato il dato letterale della norma, infatti, non si ritiene rilevante (nel caso di più imprese) che tutte le fasi della demolizione e ricostruzione debbano essere svolte congiuntamente dalle varie imprese, bensì appare possibile che esse siano effettuate disgiuntamente come nel caso di specie.